PILLOLE DI STORIA EBRAICA
La più antica cucina dItalia: cucina ebraica-romana
Un popolo straordinario, un enigma storico, un patrimonio morale e religioso
unico. E questo il mistero ed il fascino della vicenda ebraica.
Quella di Abramo era una famiglia di
pastori nomadi, che aveva vagato dalla profonda Mesopotamia, fino
alle sogli dellEgitto. Era una gente industriosa, abile e depositaria
di una credenza monoteistica, difficile a mantenere in un mondo popolato da
dei e superstizioni.
Riparato in Egitto per una carestia, il popolo
Ebreo era caduto in schiavitù. Fuggiti miracolosamente, superano la dura prova
della sopravvivenza nel dove la loro vocazione si trasforma in riti e leggi.
Reso forte dalle difficoltà e dalla fede, si istalla combattendo, in un territorio
santo che considera la sua eredità divina. E il luogo
più difficile del globo terraqueo, perché è una piccola striscia che congiunge
i bacini di tre grandi fiumi, dove nasceranno tutte le civiltà umane: il Tigri
e lEufrate ad Oriente ed il Nilo ad Occidente. E un posto scomodo:
di qui passeranno gli eserciti di tutti gli imperi. Per questa ragione, questo
popolo subirà più volte lesilio e la deportazione.
Cè un mistero in questo popolo, duramente
arato, in ogni nuova stagione. Dal suo solco nascono grandi rivelazioni sulla
nascita del mondo, grandi poesie in lode del creatore, grandi leggi per formare
luomo, grandi speranze che varcano il nostro orizzonte.
Solo per un breve periodo della loro lunga storia,
solo per mille anni risiederanno sulla terre della loro eredità e sempre con
tali difficoltà che avrebbero dissolto qualsiasi altra aggregazione umana. Ma
sopravvissero per la loro fedeltà ad una promessa, finché i romani non li sradicarono
dalla loro terra.
I Romani accettavano gli dei di tutti i popoli
ed avrebbero volentieri accettato anche il Dio degli ebrei che stimavano. Ma
non erano in grado di accettare la pretesa che fosse unico. E risolsero a modo
loro la questione.
E in questo periodo che nasce il
Cristianesimo, dallantico ceppo un nuovo virgulto. Ed alla
fine dellimpero romano, un altro ancora, lIslam.
La convivenza non sarà pacifica e la fedeltà degli Ebrei alla loro vocazione
farà sì che essi rimarranno minoritari, nei grandi spazi creati dallimpero
romano.
Quando limpero divenne cristiano
furono guardati con sospetto, sottoposti a regimi speciali, perseguitati. Nelle
difficoltà conserveranno la loro caratteristica di saper leggere e scrivere,
in un mondo di analfabeti, di essere abili per necessità di sopravvivenza, di
essere acuti e chiaroveggenti perché separati e diversi.
Quando sembrava che dopo un millennio,
nella società moderna avessero conquistato i diritti civili, si abbatté su di
loro lultima e più dura persecuzione, il tentativo diabolico di sterminarli,
nellolocausto. Tornarono alla loro terra, la riconquistarono combattendo,
e la tengono in mezzo a pericoli immensi. Non cè altro esempio nella storia
di un gruppo umano che ritorni dopo duemila anni nel paese in cui avevano costruito
la loro prima identità.
E naturale che durante questa lunga vicenda
questo popolo-famiglia abbia costruito una sua cultura e dei suoi costumi
di vita. Ed abbia creato anche una tradizione nel modo di preparare il cibo.
La base di questa cultura sono le norme
fissate dalla stessa religione, che dettano principi morali e regole sanitarie
ed igieniche. Ma sopra queste basi si è poi costruita una pratica che ha utilizzato
sia lesperienza, sia la contiguità con produzioni e tradizioni di ogni
paese e di ogni clima.
Forse la più antica comunità ebraica esistente è
quella romana. Risiede in
Roma dai tempi di Erode il Grande, nel primo secolo avanti Cristo, presso il
Portico di Ottavia, che era un grande complesso monumentale, situato fuori delle
mura Serviane, fra il Tevere e Campo Marzio. Una comunità che è stata continuamente
presente in Roma, fin da allora. Il rapporto con le autorità romane si mantenne
buono, fino a quando lImpero non diventò cristiano. Poi ci furono periodi
tristi e meno tristi, ma sempre difficoltosi , secondo i caratteri dei vari
papi.
Nel 1555 attorno al quartiere ebraico fu costruito
un muro con tre porte, dentro il quale gli ebrei dovevano obbligatoriamente
risiedere. Furono escluse dal recinto le case dove la tradizione narrava avesse
abitato San Paolo, che era ebreo, prigioniero a Roma. Era la cruda contraddizione
fra cristiani ed ebrei, a cagione della quale si costruiva un ghetto per gli
ebrei, in questa città, nella quale i più grandi e maestosi edifici erano dedicati
ad ebrei padri del cristianesimo!
Nel ghetto si fusero ebrei antico romani con
ebrei spagnoli espulsi da Isabella ed Ebrei siciliani espulsi
dagli Aragonesi. Entrambi avevano convissuto con due grandi civiltà Islamiche,
che avevano dominato la Sicilia e la Spagna. Da questa fusione nacque la
cucina giudia, come si dice in romanesco. Una cucina particolare
che, con le sue caratteristiche tipiche, è interamente romana ed interamente
italiana.
Thomas Mann,
grande scrittore tedesco, la cui madre era ebrea, ha scritto una
bellissima storia romanzata di Giacobbe e di Giuseppe, suo figlio, che divenne
gran Vizir del Faraone. Egli immagina che Giuseppe trovasse simpatia
presso i padroni che lo avevano comperato come schiavo, perché sapeva fare
con arte le focacce di pane azzimo. E lo stesso pane che gli Ebrei prepararono
nella fuga dallEgitto, che imbandivano nella cena celebrativa della Pasqua,
quello stesso pane che spezzò Gesù nella sua Pasqua a Gerusalemme e che i cristiani
imbandiscono nella loro rievocazione della ultima cena.

Come un fiume tortuoso e fecondo la storia
arriva fino alle nostre case. Ed oggi, attraverso i canali della cucina italiana
nel mondo, i gioielli della cucina ebraica sono diffusi in ogni continente.
E una cucina sefardita, che
ha origini mediterranee, che ha il profumo della tradizione degli arabi di Spagna
e di Sicilia, che è profondamente intessuta di finezze italiane. Ed è anche
la più antica cucina italiana.
E questo per la gioia dei intenditori ebraici e per la dovuta ammirazione di
quanti, anche senza essere ebrei, non sono insensibili al fascino di questa
grande cucina.
Quando nel 1767 un Ebreo di Modena si converti
al cristianesimo, confessò che non aveva abbandonato il prosciutto doca,
gli azimi, lagresto ed i dolci di marzapane, perché temeva che la carne
di maiale gli facesse male. I priori di Perugia proibirono nel 1300, la vendita
del pane azimo perché sembrò loro che piacesse troppo ai perugini cristiani.
Non vè dubbio che gli Ebrei che giunsero in
Italia dal Marocco e dallAlgeria nel 1400 portarono il
cuscus, che chiamavano semolella, che è certamente di origine
araba.
A Roma, nelle cucina degli ebrei poveri
regnava la melanzana fritta o marinata nellaceto, introdotta dagli spagnoli.
LArtusi racconta che ancora
alla fine dellottocento a Firenze le melanzane erano disprezzate, ma non
da lui, come mangiare giudeo.
Le zucchine ed i carciofi erano alla base
dellarte del friggere, tipicamente ebrea. Le
minestre erano la esaltazione dei ceci, fascioli, lenti,
lupini, cicerchia. Verdure: porri, spinaci
e biete, cucinati con carne e zuccaro. Grande spazio
ai volatili. Innanzitutto alloca, il maiale degli ebrei.
Un proverbio ebreo sintetizza il banchetto
del Purim girar capponi, mazar piccioni, girare vuol
dire metterli al girarrosto.
Nella storia della cucina italiana gli Ebrei
sono fondatori della tradizione romana delle frattaglie.
Ecco un elenco tratto dagli Archivi della Comunità. Animelle con i
ceci, trippe con lagliata, lingue salmistrate, milze in padella con la
salvia e lagresto, creste di pollo con aceto e cannella. Sono
cibi antichi, che oggi non sarebbero tutti graditi, ma linizio della tradizione
è questo.
Per non dimenticare infine le coppiette,
la carne secca del Ghetto. Gli Ebrei del ghetto avevano il monopolio della carne
di bufala, che veniva macellata solo per loro. Un attento funzionario
piemontese giunto a Roma, con lunità dItalia ci informa che si macellavano
circa settecento bufali delle paludi della campagna romana nel claustro
degli ebrei.
Ariel Toaff,
della comunità ebraica, dal cui libro Mangiare alla giudia
ho tratto queste notizie, narra questa storia. Sembra che gli ebrei romani
non fossero molto attenti nel rispetto del vino
Kasher. Un Ebreo, amante del vino, soleva dire:Kasher
vuol dire genuino, il vino di Frascati è genuino, quindi é Kasher.
Ed andava ad ubriacarsi da Reginaldo, oste cristiano del ghetto. Non
so se questa storiella faccia parte della storia della cucina ebrea oppure del
patrimonio molto ricco dellumorismo ebraico. Non mi sarei permesso di
raccontarla se non fosse stata narrata da Ariel Toaff.
Nella festa del Sukkott,
festa autunnale del raccolto, detta anche delle Capanne, o Tabernacoli, o Frascate,
o Caselle, perché si svolgeva in padiglioni allaperto, accorrevano anche
i cristiani per mangiare alla giudia, nonostante le proibizioni e le
minacce "ai molti Christiani, tanto uomini come donne, li quali con
scandalosa curiosità e soverchia domestichezza con gli Hebrei, in maniera anco
toccante li loro riti, concorrono nelle loro case in occasione delle Caselle
et altre loro feste"
Dove si dimostra che il cibo della Sukkot, come losteria del
cristiano Reginaldo, erano occasioni dincontro
e di pacificazione.
Bartolo Ciccardini